Impariamo a Conoscere le Tartarughe



Impariamo a conoscere e a proteggere le Tartarughe marine

 

Introduzione

Un po€ di mitologia (e di etimologia)

Una corazza che viene da lontano

Cenni di anatomia e di fisiologia

-         Lo scheletro e il guscio

-         Il cuore e la circolazione

-         La respirazione e l€immersione

-         L€apparato digerente e la digestione

-         L€escrezione

-         Gli organi di senso

La riproduzione

L€incubazione e la nascita

Le Tartarughe marine del Mediterraneo (Scheda di identificazione)

La Tartaruga Liuto

La Tartaruga Verde

La Tartaruga comune o Caretta caretta

Scheda: La nidificazione di Caretta caretta in Calabria

La tutela

La conservazione dei siti di nidificazione

Le tartarughe marine e la legge

I progetti di conservazione

Diamo una mano alle Tartarughe marine (scheda: il palamito).

Indirizzi utili

Bibliografia

L€autore ringrazia il Dott. Cesare Focarelli per le foto di pag 9

 

 

Introduzione

Quando penso alle Tartarughe marine, i ricordi che si affollano nella mente sono davvero tanti: da bambino le ho viste legate o a pancia in aria, prima di essere sacrificate per il guscio o per pochi grammi di carne.

Oggi, ai tanti piccoli curiosi ai quali le mostro prima di una liberazione, non sembra vero di poterle accarezzare e farsi fotografare dagli increduli genitori che mi chiedono:€ Ma ci sono anche nel nostro mare?€.

Ci sono, ci sono, nonostante tutto. Nonostante il cemento abbia preso il posto delle loro spiagge e nonostante persino il mare sembra diventato piccolo per colpa della nostra specie, sempre più invadente ed arrogante.

Da milioni di anni, da quando i continenti cominciarono ad andare lentamente €alla deriva€, le tartarughe nuotano nei mari del pianeta, come se volassero sott€acqua.

E da milioni di anni, ignare di quanto accade sulla terraferma, lasciano il loro antico regno d€acqua per tornare a riva di notte, discretamente, come per non essere viste.

Affidano alla sabbia la loro speranza di sopravvivenza, per poi andarsene in silenzio, così come erano venute, svanendo nel buio.

Questo volumetto vuole essere un piccolo contributo alla conoscenza delle Tartarughe marine e, nel contempo, un agile manuale di pronto soccorso. Alla prima parte, dedicata alla biologia di questi antichissimi Rettili, con particolare riferimento alla specie Caretta caretta, segue quella €pratica€, con dei consigli utili nel caso ci si imbattesse in una tartaruga marina, viva e in difficoltà.

Purtroppo infatti, nonostante le leggi di protezione, sulle tartarughe marine continuano a gravare diversi pericoli e chi opera per la tutela di questi animali sa bene che non può mai dirsi in vacanza: le richieste di intervento arrivano a Ferragosto come la sera di S .Silvestro, con una concentrazione - statisticamente accertata - nei giorni di sabato e di domenica!

E allora via, per un altro viaggio e un altro recupero.

O altri recuperi, visto che in estate non è raro arrivare a tre, quattro interventi nella stessa giornata, con l€auto piena di bagnarole e l€acqua che schizza dappertutto.

Eppure sono io ad essere grato alle tartarughe: per le emozioni indescrivibili che mi  regalano quando le vedo scomparire, finalmente libere, nell€azzurro infinito .

Allora mi piace pensare che il mare, anche grazie alle sue tartarughe, potrà continuare a vivere.

 

 

UN PO€ DI MITOLOGIA (e di Etimologia)

L€Ordine €Chelonia€, che comprende tutte le Tartarughe, deriva dal greco €Chelone€.

Secondo la mitologia, questo era il nome di una ninfa che si rifiuto€ di partecipare alle nozze di Giove e di Era e per questo venne punita dagli dei: scaraventata in mare con la sua casa, si trasformò in una...tartaruga.

In molti casi la tartaruga simboleggia la nascita della vita, la longevità o l€animale che sostiene l€universo. Nella mitologia induista la dea Visnù, nella sua terza incarnazione, aveva assunto proprio le sembianze di una tartaruga.

L€altro nome dell€Ordine, Testudinati, deriva dal latino Testudo, che sta appunto per tartaruga.

E€ noto del resto la formazione €a testuggine€ dei soldati romani che si schieravano compatti, protetti dai loro scudi, per assaltare delle postazioni fortificate.

Il termine Tartaruga deriva invece dalla cattiva considerazione che questo pacifico rettile aveva presso i primi cristiani fino a simboleggiare lo spirito del male.

Il tardo latino €tartarucus€ discende infatti dal nome greco di un terribile demone (Tartarukhos), composto di €Tartaros€ (Tartaro, il regno dei dannati) e €echo€ (io abito) e quindi, letteralmente, €che vive nel Tartaro€.

 

UNA CORAZZA CHE VIENE DA LONTANO

Alla fine del periodo Cretacico, circa 65 milioni di anni fa, i Dinosauri, che avevano dominato il pianeta per l€intera Era Mesozoica, si estinsero misteriosamente, ma un altro gruppo di Rettili, comparso quasi contemporaneamente, riuscì a sopravvivere a quella catastrofe biologica: le Tartarughe.

Si ritiene che l€antenato dell€Ordine dei Cheloni (o Testudinati), come vengono chiamati questi autentici corazzati del regno animale, sia  stato un rettile i cui resti fossili furono ritrovati in Sud Africa e che visse nel periodo Permiano (284-235 milioni di anni fa). Si tratta dell€ Eunotosaurus, che però, a differenza delle tartarughe,  aveva ancora una bocca armata di denti e non presentava una vera corazza, ma solo delle vertebre del dorso e alcune costole molto allungate.

Le prime tartarughe degne di tal nome, dotate perciò di un guscio completo , vissero nel periodo Triassico (235-192 milioni di anni fa) e da allora quella struttura che le caratterizza in maniera così evidente, ha attraversato centinaia di milioni di anni per giungere fino ai nostri giorni senza subire cambiamenti sostanziali.

Anche se molti generi si sono estinti, come le gigantesche €Archelon€ del Nord America, vissute nel Cretaceo, lunghe fino a tre metri e con gli arti trasformati in pinne, quella corazza protettiva ha permesso alle lente Tartarughe di sopravvivere e di rappresentare oggi, con 244 specie, uno dei quattro ordini della gloriosa stirpe dei Rettili.

 

CENNI DI ANATOMIA E DI FISIOLOGIA

LO SCHELETRO E IL GUSCIO

Lo scheletro delle tartarughe presenta delle caratteristiche che lo rendono davvero unico nel regno animale: per realizzare la straordinaria corazza protettiva tipica del gruppo, e con l€eccezione della Tartaruga liuto, che rappresenta un caso a sé, le vertebre del dorso si sono infatti saldate ad una fila di placche ossee che si estendono lungo la linea mediana del guscio, (il cosiddetto €carapace€), così come le otto lunghe costole della parte dorso-lombare, si sono saldate alle placche dette €costali€.

Queste placche di tessuto osseo formano perciò una  specie di scatola dalla quale fuoriescono solo gli arti, la testa e  il collo e sono a loro volta coperte da uno strato esterno di lamine cornee, dette scudi, che corrispondono alle ben note squame degli altri rettili e che si possono facilmente osservare sul carapace di una tartaruga. Anzi, spesso è proprio la disposizione di questi scudi o scaglie che aiuta ad identificare alcune specie.

In realtà non vi è corrispondenza tra le lamine cornee superficiali e le placche ossee sottostanti, tuttavia si possono contare in entrambi i casi una linea centrale, detta neurale, circondata, da entrambi i lati da una fila di placche costali e, infine, da una serie di placche e di lamine lungo i bordi del carapace, le cosiddette placche marginali. La parte inferiore e appiattita del guscio si chiama invece €piastrone€ ed è formata da quattro serie simmetriche di placche e da una piastra impari.

Al momento della nascita la formazione della corazza non è ancora completa, per cui la piccola tartaruga ha bisogno di un€alimentazione ricca di calcio e vitamina D, per non incorrere in un rammollimento del guscio paragonabile al rachitismo.

Considerata la rigidità del corpo determinata dalla presenza della corazza, le tartarughe hanno sviluppato un collo molto mobile ed è proprio il modo in cui piegano le otto vertebre cervicali a suddividere l€ordine dei Cheloni in due sottordini: i Pleurodiri e i Criptodiri.

Nei pochi rappresentanti del primo gruppo (come la famosa Mata mata del Sud America) il collo viene piegato lateralmente, su un piano orizzontale, mentre nel grande sottordine dei Criptodiri, cui appartengono anche le tartarughe marine, il collo viene piegato a S, verso il basso, su un piano verticale.

Il cranio appare compatto  e robusto e la sua struttura, di tipo €anapside€, cioè priva di aperture nella zona temporale, ricorda quella dei rettili più antichi.

 Nello scheletro delle tartarughe manca lo sterno e gli arti anteriori si sono trasformati in lunghe pinne , soprattutto attraverso l€allungamento delle ossa della €mano€ (metacarpo e falangi) e ciò per consentire la spinta propulsiva in acqua, favorita dalla forma appiattita e idrodinamica della corazza. Quelli posteriori, notevolmente più corti, funzionano invece come timoni.

 

IL CUORE E LA CIRCOLAZIONE

La circolazione del sangue è doppia e incompleta in quanto (a differenza degli uccelli e dei mammiferi) nei rettili, tranne i Coccodrilli, si verifica una mescolanza tra il sangue ossigenato e quello non ossigenato.

Il cuore delle tartarughe infatti è formato da due atri e un solo ventricolo, con un setto incompleto.

Le tartarughe hanno la possibilità di immagazzinare notevoli quantità di ossigeno non solo nel sangue, ma anche nei muscoli e ciò rende possibile la permanenza sott€acqua per parecchio tempo, specialmente quando le attività metaboliche si riducono.

 

 

LA RESPIRAZIONE E L€ IMMERSIONE

Nonostante la loro grande capacità di resistere in immersione, le tartarughe marine hanno bisogno dell€ossigeno dell€aria per poter vivere.

L€aria viene inspirata attraverso le narici per poi passare nella faringe, quindi nella laringe e, attraverso la trachea, fino ai bronchi e ai polmoni.

Visto che non può estendere il torace, gli atti della respirazione, lo svuotamento e il riempimento dei polmoni, sono resi possibili dalla contrazione di alcuni muscoli posti tra le zampe anteriori e i visceri.

Al momento dell€immersione scatta un meccanismo particolare di chiusura della parte posteriore delle narici che impedisce l€ingresso dell€acqua nell€apparato respiratorio. Normalmente una tartaruga marina deve riemergere ogni 15-20 minuti per respirare, ma a volte può prolungare l€immersione anche per 6-8 ore e d€inverno, quando l€attività metabolica rallenta a causa della bassa temperatura, le stesse tartarughe possono resistere sott€acqua per giorni interi in uno stato di torpore.

 

L€ APPARATO DIGERENTE

La bocca, diversamente dagli altri rettili, è priva di denti, ed è composta da una specie di €becco€ corneo molto duro e  resistente (foto), a tal punto che la nostra Caretta lo usa per frantumare i gusci di molti crostacei o echinodermi di cui si nutre. La lingua è grossa e carnosa e non svolge un grosso ruolo nella masticazione. In effetti le tartarughe marine non masticano il cibo, ma si limitano a strapparlo e a ingoiarlo a pezzi.

Dopo aver superato la glottide, che separa il tubo respiratorio dal canale alimentare, il cibo passa nell€esofago che è corto, sottile e con le pareti piene di grandi papille cornee.

Il cibo rimane molte ore nello stomaco e poi nell€intestino, prima che le feci vengano espulse attraverso la cloaca, che rappresenta l€unico sbocco sia per l€apparato digerente che per quello riproduttivo.

 

 

L€ ESCREZIONE

Le Tartarughe marine, proprio per l€ambiente in cui vivono, devono risolvere il grosso problema dell€eliminazione dell€eccesso di sali nel loro sangue, la cui concentrazione può essere del 50% rispetto a quella dell€acqua marina e nello stesso tempo evitare la perdita d€acqua dai tessuti per osmosi.

Il sale infatti viene introdotto con il cibo e, se non fosse eliminato, altererebbe in modo grave il delicato equilibrio salino

Oltre ai reni e alla vescica, posta in prossimità della cloaca, le tartarughe  marine sono dotate di grosse ghiandole lacrimali, situate dietro l€occhio, che espellono i sali in eccesso e lubrificano gli occhi  quando la tartaruga è sulla terraferma per la deposizione, per cui sembra che l€animale €pianga€.

Quanto ai prodotti dell€escrezione, essi sono ricchi di ammoniaca.

 

 

 

GLI ORGANI DI SENSO

Nelle Tartarughe marine l€olfatto riveste senz€altro un€importanza particolare, per come confermato dal notevole sviluppo dei lobi olfattivi del cervello, in relazione a certe attività fondamentali della vita dell€animale come la ricerca del cibo, le relazioni con le altre tartarughe, la ricerca del luogo adatto alla nidificazione.

Probabilmente questa sensibilità agli odori viene esercitata attraverso alcuni movimenti di pompaggio effettuati dalle narici al fine di far assorbire acqua dalle fosse nasali.

L€occhio della tartaruga marina è grande ed è dotato, oltre che di due palpebre mobili, una superiore e l€altra inferiore, di una terza membrana trasparente posta sotto le prime, nota come €membrana nittitante€ che serve per garantire un€ ulteriore protezione all€occhio.

La rètina è fornita sia di €bastoncelli€, sensibili alla luce, che di €coni€, cellule che servono per la percezione dei colori, anche se questa capacità cromatica non sembra ancora ben accertata.

Sott€acqua la vista è buona, mentre al di fuori dell€elemento liquido le tartarughe marine riescono a mettere bene a fuoco solo da breve distanza.

L€orecchio delle tartarughe marine, come di tutti i Cheloni, è privo di condotti esterni e i suoni non rivestono una grossa importanza nella vita di questi animali,

Le vibrazioni che si diffondono nell€acqua vengono€ sentite€ attraverso il cranio o il carapace.

 

 

LA RIPRODUZIONE

L€accoppiamento delle tartarughe avviene in acque poco profonde ed è preceduto dal rituale di corteggiamento del maschio che non esita a toccare la femmina con il muso fino a  morderla. Una volta appoggiatosi sul dorso della compagna, cerca di agganciarla  per mezzo delle unghie a forma di uncino delle pinne anteriori, fino a raggiungerne la cloaca con la sua vistosa coda .

Nelle tartarughe, come del resto avviene negli altri Rettili, la fecondazione è interna e si verifica grazie all€introduzione nel corpo della femmina, dell€organo copulatore del maschio che, in condizioni di riposo, viene alloggiato nella parte posteriore della cloaca.

Uno dei fenomeni più interessanti della biologia riproduttiva dei Cheloni marini è rappresentato dal fatto che gli spermatozoi possono rimanere attivi nella cloaca della femmina anche per due o tre anni dopo l€accoppiamento, permettendo così la fecondazione delle uova in tempi successivi, anche se il numero delle uova fecondate in questo modo si riduce progressivamente.

Dopo l€accoppiamento la femmina cerca il luogo adatto per la deposizione delle uova, e, incredibilmente, si tratta della stessa spiaggia in cui è nata.

Per evitare la calura del giorno preferisce approfittare dell€oscurità - di norma tra le 22,00 e le tre del mattino - per uscire dall€acqua e trascinarsi faticosamente sulla sabbia per poche decine di metri (molto dipende dalla pendenza ) fino a raggiungere il posto dove deporrà le uova.

Le fasi immediatamente successive alla fuoriuscita dall€acqua sono estremamente delicate: la femmina, dopo aver poggiato le narici sulla sabbia come per annusarla, è estremamente vigile e sensibile al minimo disturbo, pronta a ritornare in mare, ed è per questo che è necessario evitare qualsiasi interferenza in questi momenti cruciali ai fini delle deposizione.

Finalmente la femmina comincia a €spalare€ energicamente la sabbia attorno a sé, per allontanare lo strato più asciutto, dopo di che inizia la parte più impegnativa: lo scavo del nido.

 

La cosiddetta €camera delle uova€, profonda circa 45 cm e a forma di fiasco, viene realizzata grazie al movimento alternato delle due pinne posteriori che funzionano come due pale che raccolgono la sabbia e la depositano lateralmente. Tutta l€operazione può durare un€ora,  mentre la deposizione vera e propria richiede un€altra mezz€ora.

Dalla cloaca, attraverso una estroflessione che serve proprio per questo scopo, vengono deposte nella buca fino a 100-120 uova, da uno a quattro per volta, mentre fuoriesce un liquido mucillaginoso che facilita la delicata operazione.

 Le uova, pesanti in media 35 grammi, con un diametro  medio di 4 cm, sono bianche e rotonde, simili a palline da ping-pong, con una consistenza pergamenacea, a differenza di quelle delle tartarughe terrestri che depongono in ambienti aridi e che perciò hanno  un guscio molto più duro.

Proprio per la loro consistenza molle, durante la deposizione, le uova della tartaruga marina si possono deformare nel contatto con la sabbia o con le altre uova.

Alla fine la femmina deve compiere un altro sforzo per proteggere la propria discendenza prima di abbandonarla per sempre al suo destino: utilizzando sempre le pinne posteriori, riempie di sabbia la buca con le uova, fino a coprirle completamente, poi la appiattisce con il piastrone e, dopo aver sparpagliato altra sabbia con le natatoie, si dirige verso il mare per riprendere il largo, lasciando sulla riva una evidente traccia, larga 90-100 cm,  che ricorda il passaggio di in mezzo cingolato (FOTO).

Nel corso di una stagione riproduttiva, una stessa femmina può deporre  fino a sei volte, a distanza di dieci, quindici giorni.

Nel Mediterraneo la deposizione si può verificare da Maggio fino ai primi di agosto  e di conseguenza, considerato che le uova, per schiudersi, hanno bisogno di un periodo di incubazione che oscilla tra  i 50 e i 70 giorni, si possono registrare nascite fino ai primi di ottobre.

 

 

L€INCUBAZIONE E LA NASCITA

Le uova sono ricche di albume che serve come riserva d€acqua, mentre il tuorlo, formato da grassi e proteine, costituisce la principale fonte di alimento per l€embrione .

Durante l€incubazione le uova non devono essere maneggiate o capovolte: gli embrioni potrebbero rimanere danneggiati o addirittura morire.

Come nella maggior parte dei rettili, anche per le tartarughe marine lo sviluppo dell€embrione è affidato all€umidità e alla temperatura dell€ambiente, anzi, è proprio la temperatura a determinate non solo la durata dell€incubazione, ma persino il sesso delle tartarughine!

Nel primo caso, quando la temperatura dell€ambiente si mantiene alta, l€incubazione sarà più breve, mentre sembra che dalle uova deposte più in profondità e quindi esposte ad una temperatura più bassa, nascano maschi, mentre quelle più vicine alla superficie e quindi tenute più al caldo, daranno origine a sole femmine. Per la specie Caretta caretta, a 30 gradi centigradi, il rapporto tra i sessi è all€incirca di 1:1.

Giunto il momento della schiusa, le tartarughine cominciano a lacerare il guscio dell€uovo utilizzando una piccola protuberanza cornea posta all€apice del muso, detta appunto €caruncola dell€uovo€ che scompare dopo la nascita. A questo punto misurano dai 33 ai 55 millimetri e pesano appena una ventina di grammi.

Zampettando freneticamente provocano un innalzamento del fondo della camera d€incubazione con la caduta della sabbia dai lati e dal soffitto del nido. Per uscire allo scoperto i neonati attendono l€abbassamento della temperatura e quindi le ore serali o notturne, onde evitare il surriscaldamento e la morte. Talvolta capita che i piccoli sguscino dalla sabbia in giorni diversi, per cui può trascorrere anche più di una settimana prima che il nido si svuoti completamente.

Una volta in superficie si dirigono verso il mare, attratti dalla luminosità dell€orizzonte.

Il fatto che le sorgenti luminose rappresentino uno stimolo fortissimo per i neonati, costituisce uno dei pericoli più grossi per le tartarughine che nascono in zone dove la presenza dell€uomo diventa sempre più invadente. Sono infatti sempre più frequenti i casi in cui i piccoli, anziché dirigersi verso il mare,  si spingono in direzione opposta attratti dalle luci delle abitazioni, delle discoteche o delle auto e che finiscono con il rimanere schiacciati o sorpresi dal sole cocente dell€estate.

Una volta in acqua comincia l€avventurosa esistenza nel mare, che solo in pochi riusciranno a superare fino al raggiungimento dell€età riproduttiva: è noto infatti che la stragrande maggioranza dei neonati morirà ben presto, vittime dei numerosi predatori marini e che solo il 5% riuscirà a riprodursi e a perpetuare la specie.

Durante i primi giorni dopo la nascita le piccole tartarughe possono fare a meno di nutrirsi, utilizzando per vivere le residue riserve di albume del sacco vitellino. In seguito cominceranno a mangiare organismi planctonici, o piccoli crostacei che trovano nei banchi di alghe.

La crescita durante i primi anni è rapidissima: a tre anni il carapace può raggiungere i 50 cm e il peso dell€animale i 18 kg.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

 

 

 

LE TARTARUGHE MARINE DEL MEDITERRANEO (inserire schede di identificazione.)

 

Delle 244 specie di rettili appartenenti all€Ordine dei Cheloni e note volgarmente come €tartarughe€, sette vivono nei mari e negli oceani e sono raggruppate in due famiglie: quelle dei Chelonidi (sei specie, compresa la Caretta caretta) e quella dei Dermochelidi (con un solo rappresentante: la Dermochelide coriacea o Tartaruga Liuto).

Il Mediterraneo ospita tre specie: la Tartaruga marina comune (Caretta caretta), di gran lunga la più diffusa e numerosa, la più rara Tartaruga verde (Chelonia mydas) e la gigantesca Dermochelide (Dermochelys coriacea), mentre sono da ritenersi del tutto eccezionali le osservazioni di Tartaruga Bastarda (Lepydochelis kempii) e di Tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata).

 

 

LA TARTARUGA VERDE (Chelonia mydas)

Il nome deriva dalla particolare colorazione del carapace, che varia dal verde-bruno al verde oliva, con sfumature marmorizzate, mentre il piastrone è decisamente molto chiaro, giallastro o bianco sporco.

E€ il più grande rappresentante della famiglia Chelonidi, con un guscio che può raggiungere il metro e mezzo di lunghezza e un peso di oltre  300 kg.

Rispetto alla più comune Caretta caretta, la Chelonia presenta quattro e non cinque lamine o scudi costali sul carapace (riscontrabili a fianco degli scudi neurali che decorrono lungo la linea mediana del guscio), mentre la testa ha solo un paio di grosse scaglie prefrontali.

La tartaruga verde (detta anche €franca€), vive nelle acque tropicali di tutti gli oceani ed è abbastanza rara nel Mediterraneo, preferendo le zone orientali (Turchia, Cipro, Israele) dove si riproduce, e le coste del Nord Africa.

La dieta è sostanzialmente vegetariana, con una certa predilezione per le piante acquatiche del Genere Zostera e Thalassia, ma non disdegna alghe e qualche mollusco.

La prelibatezza delle sue carni, le più ricercate per scopi alimentari, rappresenta il motivo della grave rarefazione della tartaruga verde, anche nel Mediterraneo.

Riccardo Jesu cita la pesca di circa 30.000 individui negli anni trenta nelle sole acque della Palestina, mentre in un tratto di costa turca, tra il 1952 e il 1968, furono macellati ben 25.000 esemplari.

La Tartaruga verde è ben conosciuta anche per le spettacolari migrazioni che compie spostandosi dalle coste del Brasile fino all€isola atlantica di Ascension, a duemila chilometri di distanza, dove si riproduce.

 Per la Calabria è noto un solo caso di spiaggiamento: il  3 agosto del 1999 un esemplare è stato rinvenuto, purtroppo ormai morto, sul litorale di Montegiordano (litorale ionico della provincia di Cosenza). (FOTO)

 

 

 

 

 

 

LA TARTARUGA LIUTO(Dermochelys coriacea)

 

La Dermochelide (Dermochelys coriacea) detta anche €Sfargide€ o Tartaruga liuto, è senza dubbio la tartaruga più grande del mondo, molto più grande anche dell€imponente Testuggine terrestre delle Galapagos (Geochelone nigra) o della Tartaruga gigante dell€isola di Aldabra (Geochelone gigantea). Il carapace può sfiorare i due metri di lunghezza, mentre il peso può arrivare a seicento chilogrammi, facendo di questo straordinario animale il rettile vivente più pesante.

A vederla, si capisce subito che è una tartaruga diversa da tutte le altre e infatti è l€unica rappresentante della famiglia dei Dermochelidi, secondo alcuni discendente delle  estinte Tartarughe marine del genere Archelon.

Lo scheletro è completamente diverso da quello delle altre tartarughe, in quanto sia le vertebre che le costole non sono saldate al carapace, come avviene negli altri Testudinati.

Il guscio infatti è formato da un mosaico di piccole placche ossee poligonali ricoperte da uno spesso strato di pelle cuoiosa di colore nero o marrone, con una macchiettatura chiara.

Anche la testa è del tutto particolare,  visto che la mascella presenta due vistosi €uncini€. Le pinne anteriori, di colore nero, sono davvero possenti ed enormi, a tal punto che la distanza da un€estremità all€altra, può raggiungere i due metri e mezzo.

Nel guscio non si riscontrano dunque gli scudi cornei delle altre tartarughe, ma cinque o sette creste ben evidenti che, insieme alla mole e al colore della corazza, non lasciano dubbi sull€identità di questo colosso del mare.

Ma la Tartaruga liuto è eccezionale anche per il cibo che divora: pur non disdegnando pesci, crostacei e molluschi come i calamari, la sua dieta di base è costituita da Tunicati pelagici, come le Salpe e Celenterati come le meduse, tra cui il ben noto €Polmone di  mare€ (Rhizostoma pulmo), di colore azzurrognolo, terrore dei bagnanti lungo le nostre coste.

La Tartaruga liuto, detta così perché Hermes ne avrebbe utilizzato il guscio per ricavarne l€omonimo strumento musicale, è la più pelagica di tutte le tartarughe marine, e frequenta tutti i mari caldi e temperati del mondo.

Le aree di nidificazione più importanti si trovano in Malesia, Guyana francese, Messico, Costa Rica, Suriname, Australia, Sud Africa.

E€ una nuotatrice potente e veloce che, per riprodursi, compie lunghi spostamenti negli oceani: è noto il caso di una femmina marcata nella Guyana (a nord del Brasile) e ritrovata sulle coste del Ghana, in Africa, ad una distanza di 6800 Km.

Secondo alcuni ricercatori spagnoli, le Dermochelidi entrerebbero nel Mediterraneo dall€Atlantico per sfruttare la grande disponibilità di meduse a partire dalla primavera e lo abbandonerebbero in autunno.

La nidificazione di questa specie nel Mediterraneo risulta un fatto eccezionale (Israele, Grecia Nord-Occidentale), mentre le notizie relative al rinvenimento di due piccoli e di un nido nella Sicilia meridionale (Macconi) negli anni €60, sono state contestate da alcuni autori.

I tentativi di mantenere in cattività esemplari di Dermochelide sono falliti: di solito muoiono dopo pochissime settimane.

A partire dal 1986, in Calabria sono stati documentati cinque casi di spiaggiamento di Tartaruga Liuto  e due di avvistamento di individui in vita.

Dei primi, quattro casi hanno interessato il litorale tirrenico e due quello jonico, mentre i due individui viventi sono stati osservati entrambi sulle coste della provincia di Vibo Valentia.

Di particolare interesse è risultata la prima liberazione di Tartaruga Liuto nella nostra regione, avvenuta il 1° giugno del 2001 sulla spiaggia di Coccorino del comune di Joppolo (VV).

L€animale, della lunghezza di circa 160 cm, era stato trattenuto in acqua con una corda al collo da alcuni pescatori che ritenevano fosse in difficoltà. Per fortuna un esame ravvicinato  non ha messo in evidenza né traumi, né altro che potesse far pensare ad una situazione di pericolo per la sopravvivenza del gigante marino che, anzi, agitava le grandi pinne smanioso di riprendere il suo vagabondare per il mare.

E infatti, recisa la corda, si è inabissato dirigendosi verso il largo.

 

 

 

 

LA TARTARUGA MARINA COMUNE (Caretta caretta)

E€ di gran lunga la Tartaruga più diffusa e comune nei mari italiani e l€unica che nidifica sulle nostre coste.

Anche se può superare il metro di lunghezza (sono citati casi di individui di 2 metri), esemplari con gusci di 70-80 cm (FOTO) sono davvero rari nelle nostre acque, dove invece risultano molto più frequenti le catture o gli spiaggiamenti di individui compresi tra 40 e 60 cm e quindi giovanissimi.

Analogamente,  animali di oltre i 100 chili, risultano da noi davvero eccezionali, anche se altrove sono stati registrati casi di esemplari molto più  pesanti.

Il carapace, di colore marrone, presenta cinque caratteristici scudi costali (la Tartaruga verde ne ha quattro) e sulla testa, tra gli occhi e le narici, si contano 4 (a volte 5) scaglie prefrontali (in Chelonia solo due).

Il piastrone è giallastro, le pinne anteriori presentano due unghie. Nei maschi la coda è più lunga, ma questo elemento di dimorfismo sessuale si riscontra bene solo negli individui adulti.

Nei giovani il guscio presenta una specie di carenatura centrale. (FOTO)

L€alimentazione è varia, ma prevalentemente carnivora e comprende Crostacei ( come granchi, gamberi, aragoste), Molluschi (come Seppie e Calamari), Pesci, ma anche Echinodermi (come i Ricci di mare) ed alghe.

E€ presente nei mari temperati e nelle zone tropicali e subtropicali di tutti gli oceani.

Nel Mediterraneo la zona più importante per la nidificazione è l€isola di Zacinto in Grecia, dove è stata riscontrata una densità di 3000 nidi per chilometro quadrato.

Per il resto, l€area prescelta per la nidificazione, è quella del Mediterraneo Orientale (Turchia, Cipro), ma anche le coste del Nord Africa, dalla Tunisia all€Egitto.

Per l€Italia si registrano pochi e non regolari casi di nidificazione sulla costa meridionale della Sicilia e nell€Isola di Lampedusa (Cala dei Conigli), oltre che, come vedremo, sul litorale jonico della Calabria.

Grazie all€attività di marcatura di centinaia di esemplari, si è potuto accertare che le Tartarughe compiono spostamenti migratori anche di 1500 km da mari della Grecia verso l€Adriatico e il Tirreno o il Golfo di Gabes in Tunisia mentre, in un altro caso, stavolta in Madagascar, si è registrato un viaggio di ben 2640 km in 66 giorni, con una media quindi di 40 km al giorno .

Pur potendo scendere fino a 100 metri, frequenta di solito una fascia di profondità compresa tra 20 e 30 metri, ma la si può osservare in superficie, specialmente in mare aperto, dove spesso si sofferma a galla per dormire.

Se invece è vicina alla costa, se ne può stare adagiata tranquillamente sul fondo per riposare.

 

 

LA NIDIFICAZIONE DI CARETTA CARETTA IN CALABRIA

Il primo caso ben documentato di nidificazione di tartaruga marina comune in Calabria risale al 19/8/1988 e ha interessato la località €Pietra Grande€ nel comune di Stalettì, nel Golfo di Squillace, sul versante ionico della provincia di Catanzaro.

Da allora e fino all€estate del 2001 i casi accertati sono stati  13, tutti sulle coste ioniche, con punti estremi il confine meridionale della Area Marina Protetta €Capo Rizzuto€ (Provincia di Crotone) e Capo dell€Armi, in provincia di Reggio Calabria. In due casi, Isca sullo Jonio del 1991 e Brancaleone Calabro (1999) , era nota la data esatta della deposizione e così la nidificazione  è stata seguita fino al momento della schiusa.

Ad Isca sullo Jonio, per la precisione, nella mattinata del 20 luglio un€ottantina di uova  erano state rinvenute sulla spiaggia da un bagnate ed erano state accatastate sotto un cumulo di sabbia.
Trattandosi di una spiaggia molto frequentata, la femmina, dopo aver lasciato l€acqua ed essersi spinta sulla riva per deporre, era stata probabilmente disturbata da qualcosa e, prima di rituffarsi, si era liberata delle uova senza scavare il nido.

Dopo la segnalazione e l€intervento dei volontari del WWF, le uova sono state prelevate con la massima cura e riposte all€interno di un €nido€ artificiale scavato appositamente ad una ventina di metri dalla battigia.

Da allora un gruppo di entusiasti attivisti locali del WWF si sono alternati per sorvegliare giorno e notte le uova di tartaruga, dormendo in una tenda montata proprio accanto al nido.

Finalmente, quando ormai la speranza di vedere qualche neonato stava per abbandonare i tenaci protezionisti, ai primi di ottobre una ventina di tartarughine sono spuntate dalla sabbia ricompensando così nel migliore dei modi la pazienza e l€amore di questi amici del mare.

A Brancaleone invece un pescatore aveva avuto la fortuna di osservare una tartaruga proprio nella notte (era il 13 giugno) della deposizione, comunicando l€eccezionale notizia al rappresentante locale dell€associazione ANPANA che, da quel momento e fino al giorno della schiusa, avvenuta il 12 agosto, si è prodigato per evitare che il nido potesse subire dei danni.

Negli altri casi la scoperta della nidificazione è avvenuta per caso, nel momento in cui le tartarughine, venute ormai allo scoperto, sono state avvistate da qualche bagnante o si sono dirette in direzione opposta al mare attratte dalle luci.

A Marina di San Lorenzo (RC), nel 1999, finirono davanti ad una discoteca  e molte furono schiacciate dalle auto mentre nella stessa località, nell€agosto del 2001, il giardino a mare di una famiglia in vacanza fu letteralmente invaso da un esercito di tartarughine tra lo stupore degli ospiti.

Proprio per l€importanza assunta dalla costa Jonica reggina per la nidificazione della Caretta caretta in Italia (si tratta dell€unica zona della penisola in cui il fenomeno si verifica con una certa frequenza), l€Università della Calabria ha avviato, a partire dall€inizio dell€estate del 2000, un programma di ricerca per scoprire eventuali siti di nidificazione, monitorando quel lungo tratto di litorale anche con l€ausilio di un deltaplano a motore alla ricerca delle tracce lasciate dalle tartarughe prima e dopo la deposizione.

Per quanto riguarda la provincia di Crotone risulta un caso accertato di nidificazione alla fine dell€agosto del 1998 in località €Barco Vercillo€. Dopo la prima segnalazione della schiusa di 87 piccoli, il nido è stato sorvegliato da attivisti del WWF di Crotone per una settimana, fino a quando altri due piccoli, che altrimenti sarebbero morti, sono stati aiutati a venire alla luce.

In precedenza (1989) una ricerca finalizzata all€individuazione di siti di nidificazione lungo tutta la fascia jonica della provincia  di Catanzaro (che allora comprendeva anche tutta la costa crotonese), venne svolta nell€ambito del progetto €Tartarughe marine€ del WWF in collaborazione con ricercatori dell€Università €La Sapienza€ di Roma.

Dalle testimonianze dirette raccolte grazie a contatti con i pescatori locali, la presenza di Caretta caretta nel mare crotonese era risultata molto più numerosa fino alla metà degli anni €70.

Un€analisi dettagliata delle caratteristiche ambientali del tratto di costa compreso nei confini della Area Marina Protetta €Capo Rizzuto€, finalizzata alla ricerca del potenzialità dell€area protetta ad ospitare nuovi siti di  nidificazione, è stata elaborata da alcuni ricercatori della Riserva stessa nell€ambito di un progetto finanziato dal Ministero dell€Ambiente, che si è svolto nell€estate del 2001.

 

LA TUTELA

Per dare un€idea del pericolo corso dalle Tartarughe nei mari taliani, basterebbe citare gli  oltre 24 mila esemplari  catturati  nel periodo compreso tra il 1945 e il 1975.

La sorte di questi animali era davvero infelice: nella maggior parte dei casi venivano venduti ai ristoranti o altri locali pubblici che ne utilizzavano il guscio come macabro ornamento per le pareti. Spesso però i malcapitati, dopo essere stati tenuti per ore legati o capovolti per impedirne i movimenti, venivano cucinati e mangiati.

In un libro abbastanza conosciuto tra gli appassionati di pesca, intitolato €Animali commestibili dei mari Italiani€, la carne della Caretta caretta viene definita €molto apprezzata dai pescatori che la usano per preparare gustose zuppe€, mentre in un altro testo, non meno noto, di biologia marina si sostiene che la Tartaruga marina comune, nel Mediterraneo, €viene catturata per le sue carni commestibili€.

Anche se può sembrare incredibile, esistono in commercio dei testi di gastronomia con tanto di ricetta per cucinare la Caretta caretta: a pag. 400 del libro€ Il mare in pentola€, di Alan Davidson edito ancora nel 1997 da una nota casa editrice, prima degli ingredienti e dei consigli per preparare €l€umido di tartaruga alla Maltese€, si legge testualmente: € Non molti miei lettori avranno occasione di eseguire nella loro cucina  questo eccellente piatto; ma dovrebbe essere una consolazione pensare che, se mai capitasse di avere per le mani una tartaruga marina, si saprebbe cosa farne€.

E infine:  a diversi anni di distanza dal primo provvedimento di tutela delle tartarughe marine in Italia, un noto settimanale pubblicava ancora la pubblicità di un vino da gustare insieme alla zuppa del nostro testudinato marino.

Prima del 1980 dunque nessuna legge tutelava le tartarughe e la vista di questi pacifici rettili, spesso di notevoli dimensioni, che si dimenavano a testa in giù sul pavimento di molte pescherie, non era un fatto inusuale ed erano poche le persone che si ribellavano di fronte ad uno spettacolo così pietoso.

In un paese costiero della Calabria le tartarughe pescate venivano offerte, per devozione nei confronti del santo, al locale convento di frati, che consideravano la carne del nostro corazzato, un€autentica leccornia. Resa più preziosa dal fatto che poteva essere tranquillamente divorata nei  periodi di astinenza: la Chiesa infatti, come  per tutti gli esseri provenienti dall€acqua la considerava non €carne€, bensì €pesce€.

La progressiva diminuzione delle tartarughe lungo le nostre coste e le proteste delle associazioni ambientaliste, spinsero finalmente le autorità italiane ad emanare dei provvedimenti per la loro tutela, anche se all€inizio, come è normale, la nuova sensibilità ecologica stentò ad affermarsi e a diffondersi.

 

 

 

 

LA CONSERVAZIONE DEI SITI DI NIDIFICAZIONE

Da quando le popolazioni di Tartarughe marine hanno cominciato a mostrare preoccupanti segnali di declino, si sono moltiplicate in tutto il mondo le iniziative per scongiurare il pericolo dell€estinzione di questi antichissimi abitanti del mare.

Gi sforzi dei protezionisti e dei governi più sensibili si sono concentrati soprattutto sull€individuazione delle aree più importanti per la nidificazione e sulla emanazione di provvedimenti finalizzati alla conservazione di tali siti in condizioni tali da consentire nel futuro le attività di riproduzione.

Il pericolo maggiore è rappresentato dalla predazione massiccia cui sono sottoposte le uova sia da parte dei predatori naturali (cani, volpi, ratti ecc.), che da parte dell€uomo stesso: sono ancora molte le popolazioni che non disdegnano affatto le uova di tartaruga.
Ma un€altra causa di fortissimo disturbo viene dalle attività turistiche lungo le coste e dall€alterazione dei luoghi di nidificazione determinata dalla costruzione di case, strade, villaggi turistici, proprio nelle zone preferite dalla tartaruga per la deposizione delle uova.

In Calabria la Area Marina Protetta €Capo Rizzuto€ rappresenta l€unico tratto costiero sottoposto a tutela e che può costituire in futuro uno dei siti di nidificazione della tartaruga marina comune.

Per il resto, oltre al territorio della Riserva, alcune aree dello Jonio dove la Caretta caretta ha deposto in passato (Dune di Isca, Brancaleone, Capo Spartivento, Capo dell€ Armi) sono state inserite nell€elenco dei Siti di Importanza Comunitaria (S.I.C.) proposti in base alla Direttiva 92/43/CEE € Habitat€ (D.M. 3/4/2000, su G.U. 22/4/2000 n. 95, S.O.)

 

 

 LE TARTARUGHE E LA LEGGE

In Italia i provvedimenti di legge che riguardano le tre specie di Cheloni marini italiani sono: il Decreto Ministeriale 21/5/1980 (G.U.n.156 del 9/6/1980) del Ministero della Marina Mercantile  e il Decreto Ministeriale 3/5/1989 (G.U. n.113 del 17/5/1989) che vietano espressamente la pesca, la detenzione, il trasporto e il commercio di tutte le specie di €testudinati €  italiani. La pena prevista è quella dell€articolo 24 della legge 14/7/1965 n.963 sulla €Disciplina della pesca marittima€.

Con la legge 19/12/1975 n. 874 l€Italia ha inoltre ratificato la Convenzione Internazionale di Washington, nota con la sigla CITES (Convention on International Trade in Endagered Species of  wild fauna and flora) €sul commercio internazionale delle specie d flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione€, firmata nella capitale degli Stati Uniti il 30/3/1973.

La convenzione è composta tra l€altro da tre appendici che comprendono ciascuna un elenco di specie animali e vegetali redatto in base al diverso grado di tutela che si intende assicurare a livello internazionale.

Tutte le tartarughe marine e quindi anche le tre specie presenti nel Mediterraneo, sono incluse nell€appendice I, che raggruppa le specie più minacciate dal Commercio internazionale, che corrono maggiore pericolo di estinzione e che perciò necessitano di un regime di tutela  più forte.

 Dopo la ratifica da parte dell€Italia di questa importantissima Convenzione, i divieti e le sanzioni specifici furono definiti solo più tardi dalla Legge 7/2/1992 n. 150 (su G.U. 22/2/1992 n. 44), così come è stata modificata e integrata dalla Legge 13/3/1993 n. 59 (su G.U. 13/3/1993 n. 60), nonché dal Decreto Legislativo 18 maggio 2001 n.275.

Per le Tartarughe marine (appendice I della CITES), in base all€art.1 della citata L.150/92, così come modificata dalla L.59/93, sono vietati l€importazione e l€esportazione, la vendita, il commercio, il trasporto e la detenzione. Tali divieti si estendono non solo agli esemplari, vivi o morti, ma anche ad ogni parte oppure ogni prodotto ottenuto dall€animale e quindi ai gusci delle tartarughe e agli oggetti da essi ricavati.

La sanzione prevista in questi casi è molto severa: l€arresto da tre mesi ad un anno e l€ammenda da quindici a centocinquanta milioni di lire (art.1 D.L. 18/5/2001, n.275).

Dal 3 marzo 1997 è entrato in vigore il regolamento della Comunità Europea n. 338/97 del 9/12/1996 €relativo alla protezione di specie della flora e della fauna selvatiche mediante il controllo del loro commercio€: con questo nuovo regolamento le specie vengono collocate in quattro allegati e tutti i Chelonidi, oltre alla Dermochelide, sono inseriti nell€allegato A, che comprende le specie già presenti nell€appendice I della CITES.

Le Tartarughe figurano inoltre nell€ allegato II della Convenzione di Berna del 19/9/1979, resa esecutiva in Italia con legge 5/8/1981 n. 503 e per le specie inserite in questo allegato l€art.6 della Convenzione prevede particolari norme di salvaguardia e di divieti.

Da parte sua  la Comunità Europea ha emanato  la Direttiva 92/43/CEE del 21/5/1992 € relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche€, nota comeDirettiva Habitat, una direttiva di grande importanza per la conservazione delle specie e degli ambienti più minacciati d€Europa.

Nel  IV allegato della Direttiva Habitat, che comprende le specie animali e vegetali €di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa€, sono state inserite, oltre alle tre specie più comuni del Mediterraneo, anche Lepidochelys kempii e Eretmochelys imbricata.

Questa Direttiva è stata recepita in Italia mediante il Regolamento di cui al D.P.R. 8/9/1997, n.357 (G.U. 23/10/1997 n. 248, S.O.).

Anche in questo caso le tartarughe marine sono state incluse in un allegato (All. D) cui si riferisce l€art.8 del citato DPR che vieta espressamente la cattura, l€uccisione, la raccolta di uova, la distruzione dei nidi, il possesso, il trasporto ecc., delle specie comprese nello stesso allegato D.

La sola specie Caretta caretta figura inoltre nell€allegato B del DPR 8/9/97 n. 357 che comprende le €specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione€ (Z.P.S.) e viene indicata come € specie prioritaria€ per la cui conservazione l€Unione Europea €ha una responsabilità particolare€ a causa dell€importanza della sua area di distribuzione naturale.

In questo caso però mancano le sanzioni per chi non rispetta le norme del regolamento.

Infine, va ricordato l€articolo 15 - comma 3- della legge della Regione Calabria n.9 del 17/5/1996 in materia di tutela della fauna e dell€esercizio venatorio che prevede per tutte le specie di Anfibi e Rettili il divieto di uccisione, cattura e ferimento, nonché la distruzione, la raccolta e la detenzione di uova. La sanzione prevista per chi viola tale norma va da un minimo di centomila ad un massimo di 500.000 lire, cui si aggiunge la confisca degli animali.

 

 

 

 

I PROGETTI DI CONSERVAZIONE

Il primo intervento di recupero e salvataggio di Caretta caretta ad opera del WWF in Calabria risale al 5 luglio 1987, allorquando la Capitaneria di Porto di Vibo Valentia comunicò la cattura accidentale di un esemplare sulla costa di Joppolo, non lontano da Nicotera (VV).

Quella fu davvero una giornata memorabile per gli ambientalisti calabresi, non solo per il recupero della Tartaruga, ma anche perché in mattinata un grosso Capodoglio era stato liberato dalla rete che lo intrappolava sul litorale di Falerna (CZ). Un€operazione difficile che però si concluse nel migliore dei modi grazie alla collaborazione tra  volontari del WWF, turisti, pescatori, Capitaneria di Porto,  Guardia di Finanza e...lo stesso Capodoglio!

La tartaruga di Joppolo era rimasta impigliata in un filo di nylon di un €palamito€, strumento di pesca noto anche come €palangaro€ o €palangrese€ (€coffa€ o €conzo€ in dialetto calabrese) che si era stretto alla base di una pinna anteriore. Per un giorno venne tenuta sotto osservazione in una grande vasca naturale (FOTO), dove l€animale nuotò tranquillamente dimostrando di avere conservato la funzionalità dell€arto ferito. Il giorno dopo, caricata a bordo di una motovedetta della Guardia Costiera di Vibo, venne portata al largo e rimessa in libertà dopo l€immancabile foto ricordo (foto).

Verso la fine degli anni €80 il WWF Italia  aveva lanciato il €Progetto Tartarughe€ in collaborazione con le Capitanerie di Porto di tutta Italia, al fine di raccogliere dati sulle catture e sugli spiaggiamenti e iniziare un€attività di ricerca sia sugli spostamenti che sui luoghi di nidificazione delle tartarughe marine in Italia.

Il coordinamento scientifico del progetto venne affidato al Prof. Roberto Argano, docente all€Università €La sapienza€ di Roma, a cui confluivano particolari schede predisposte per segnalare tutti i casi di catture accidentali, spiaggiamenti e recuperi di tartarughe, vive o  morte, rinvenute sulle coste italiane.

Le schede furono inviate a tutti  gli uffici locali delle Capitanerie di Porto, alle sezioni costiere del WWF, ai diportisti. Inoltre, per lo studio degli spostamenti delle Tartarughe, ad ogni collaboratore responsabile della raccolta di dati a  livello regionale, venne consegnata una speciale pinza e un certo numero di targhette metalliche per le operazioni di marcatura.(FOTO)

Ogni esemplare in buone condizioni di salute, prima di essere rimesso in libertà, veniva appunto marcato con una targhetta recante, su un lato, la sigla I ( che sta per Italia), seguita da un numero di riconoscimento e, dall€altro, l€indirizzo del Dipartimento di Biologia dell€Università di Roma.

La targhetta veniva applicata sul margine posteriore della pinna anteriore, in una zona in cui lo spessore dei tessuti è ridotto e  in modo dunque da ridurre al minimo il fastidio per l€animale al momento della marcatura.

Chiunque avesse ritrovato un esemplare di tartaruga marina con la targhetta metallica, avrebbe potuto comunicarlo al Prof. Argano o ai suoi collaboratori di Roma e permettendo così, attraverso il numero di identificazione, di raccogliere informazioni interessanti sugli spostamenti delle Tartarughe stesse.

Per quanto riguarda ad esempio le Tartarughe marcate in Calabria (tutte appartenenti alla specie €Caretta caretta €),  si ricorda il caso di un individuo rimesso in libertà nel Golfo di S.Eufemia  e ripescato dopo circa 4 mesi nel mare di Ustica.

Oggi diverse organizzazioni e istituti scientifici  si dedicano allo studio e alla conservazione delle Tartarughe marine, come ad esempio  la Stazione Zoologica €Anthon Dohrn€ presso l€Acquario di Napoli,  o il CTS per l€ambiente, l€Associazione €Cetacea€ che opera prevalentemente in Adriatico, l€Acquario di Genova, l€Associazione €Chelon€ ecc..

Proprio la Stazione Zoologica di Napoli ha condotto nel 1995 un importante esperimento dotando un esemplare di caretta, soprannominato €Caieta€ (dal nome della nutrice di Enea), di un trasmettitore satellitare applicato al carapace.

Grazie ai segnali trasmessi per sei mesi, si sono potuti seguire gli spostamenti della tartaruga nel Mediterraneo, da Stromboli € dove era stata liberata € alla Grecia e fino alla Turchia, dopo una capatina a Creta e sulle coste della Libia. Poi la batteria si è esaurita€.

 Il WWF internazionale, da parte sua, ha individuato proprio nelle tartarughe marine,  le specie a cui dedicare maggiore interesse nel programma di conservazione 2002-2006, rilanciando il progetto di conservazione attraverso il potenziamento dei centri di recupero e le operazioni di tutela nel Mediterraneo.

 

 

SCHEDA

IL PALAMITO

L€attrezzo di pesca che sicuramente incide di più sulle catture accidentali di Tartarughe marine, è il palangaro  o palamito. Si tratta di una lunghissima corda (trave) alla quale sono legati ad intervalli regolari dei fili di nylon detti €braccioli€, armati con ami opportunamente innescati.

Sia il diametro dei braccioli di nylon che la grandezza degli ami, dipende ovviamente dalla specie di pesce che si intende catturare. Le estremità della lenza madre sono legate a due galleggianti muniti  di bandierine di segnalazione e a due zavorre.

Il palamito può operare sia a poca distanza dalla superficie, che a mezzo fondo o sul fondo: tutto dipende dal sistema di zavorra e galleggianti usati.

Per la pesca sportiva si usano di solito fino a 200 ami, mentre per quella di tipo professionale vengono calati in mare anche duemila ami con un solo palamito, lungo perciò due chilometri o più.

Nel Mediterraneo le navi giapponesi adoperano per il tonno attrezzi lunghi più di cento chilometri, i cosiddetti €palamiti giganti€ , calati a profondità di 30-100 metri .

E sono proprio i palangari di superficie, quelli utilizzati ad esempio per la pesca del pescespada, a costituire un grosso pericolo per le tartarughe marine che spesso abboccano agli ami innescati con sardine o con calamari.

 

 

 

DIAMO UNA MANO ALLE TARTARUGHE

Rispetto ai tempi in cui una tartaruga marina veniva considerata per il valore culinario o come una corazza da appendere ad un muro, l€atteggiamento generale è, per fortuna, molto cambiato.

Sia l€entrata in vigore delle norme di tutela, sia l€attività di sensibilizzazione svolta dalle Associazioni ambientaliste per mezzo di articoli sulla stampa, convegni e manifestazioni, servizi televisivi ecc., hanno creato col tempo una nuova mentalità che spinge sempre più persone, prima di tutto tra gli stessi pescatori, ad impegnarsi per salvare una Tartaruga catturata con un amo o finita in una rete e a segnalare alle Autorità competenti o alle stese associazioni protezionistiche la presenza di animali in difficoltà. Questa nuova tendenza è testimoniata inoltre dalla grande disponibilità manifestata in innumerevoli occasioni dalle strutture territoriali delle Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza e Carabinieri che non esitano a mettere e a disposizione i loro mezzi e i loro uomini nelle operazioni di recupero, trasporto verso i centri di recupero ed eventualmente liberazione degli esemplari di tartaruga marina rinvenuti nelle acque di tutta Italia.

La collaborazione tra questi organi dello Stato e gli enti per la protezione della natura è ormai collaudata da tempo e le svariate esperienze vissute in mare o durante i frenetici contatti per salvare un animale in pericolo, hanno favorito l€instaurarsi di rapporti umani basati su una sincera cordialità associata ad un  grande entusiasmo per le operazioni di soccorso.

La causa più frequente di cattura di una Tartaruga marina è sicuramente il €Palamito€: attratte dall€esca, questi animali non esitano ad ingoiarla insieme all€amo.

Quest€ultimo, che può essere di grandi dimensioni, può perforare solo la bocca, rimanendo perciò ben visibile dall€esterno, oppure, come accade nei casi più frequenti, penetrare in profondità, nell€esofago, nello stomaco o nell€intestino .In questi ultimi casi la sua presenza sarà di norma evidenziata dalla fuoriuscita del filo di nylon dalla bocca. Può anche accadere che, insieme all€amo, venga ingoiata una certa quantità di lenza e che una parte di questa fuoriesca dalla cloaca. In queste condizioni di solito l€animale appare molto debilitato, smagrito, segno che l€impatto con gli ami è avvenuto da molto tempo. Nel caso in cui vi capitasse di trovare una tartaruga marina attaccata ad uno o più ami, occorre innanzi tutto avvertire la più vicina Capitaneria di Porto o uno  dei suoi distaccamenti territoriali ( Locamare, Circomare o Delegazioni di Spiaggia) o la Guardia di Finanza o i Carabinieri.

Inoltre, cosa importantissima, non bisogna mai tentare di estrarre l€amo tirando il filo di nylon che esce dalla bocca: così facendo si corre il rischio di lacerare le pareti dell€organo interessato, arrecando un danno ulteriore all€animale.

E€ consigliabile invece, dopo aver tagliato per una certa lunghezza il filo  di nylon che esce dalla bocca, cercare quanto prima di riporre la tartaruga in una capiente vasca di plastica con acqua di mare pulita (mai acqua dolce) oppure,  come soluzione d€emergenza se l€animale è di grosse dimensioni, all€interno di una barca tirata in secco e riempita con acqua marina, ad un€altezza tale che rimangano bagnati gli occhi.

Per brevi periodi la Tartaruga può rimanere fuori dall€acqua, purché si abbia l€accortezza di tenerla al fresco e di bagnarle la testa e le pinne, (FOTO) oppure le si coprano gli occhi con un panno pulito inumidito con acqua di mare, sempre per evitarne la disidratazione e facendo attenzione a non ostruire le narici.

Bisogna inoltre evitare assolutamente di sollevare l€animale per le pinne, preferendo far presa sui lati del carapace.

Un altro serio pericolo è rappresentato dalle reti da pesca che, se non si interviene in tempo, possono determinare la morte dell€animale per annegamento. Ricordiamo infatti che questi animali, pur potendo rimanere in apnea per diverso tempo, alla fine devono tornare a galla per respirare .

Quando una tartaruga viene dunque recuperata ancora viva all€interno di una rete, sorge il problema di stabilire quanto tempo è rimasta sott€acqua e se i polmoni hanno subìto dei danni. Anche in questo caso, se l€animale è scarsamente reattivo, vuol dire che la permanenza sott€acqua si è prolungata per molto e allora è preferibile adagiarlo in un posto al fresco e mantenerlo sollevato dalla parte posteriore, cercando naturalmente di farlo pervenire nel più breve tempo possibile ad un centro specializzato per le cure del caso.

Quando siamo certi che l€impatto con la rete si è verificato da poco e che l€animale sia rimasto in superficie continuando a respirare regolarmente, una volta liberato dal groviglio, lo si può rimettere in mare controllando che si allontani nuotando vigorosamente verso il basso.

Se invece notiamo che tende a rimanere in superficie, annaspando debolmente, magari con la parte posteriore del corpo sollevata, allora è necessario recuperarlo e cercare di inviarlo ad un centro di recupero allertando le autorità marittime.

La terza causa di ferite anche gravi o di decessi è rappresentata dall€impatto con la chiglia o con le eliche di qualche imbarcazione.

Piccole abrasioni o modeste lesioni laterali del carapace di solito non destano preoccupazioni, ma le conseguenze di una violenta collisione con un€imbarcazione o con le pale di un€elica, possono essere fatali.

Capita talvolta di rinvenire poveri animali con il guscio fracassato e con gli organi interni tremendamente danneggiati, per i quali la corsa verso il centro di recupero diventa disperata.(foto)

E€ importante  allora coprire le ferite anche per evitare l€invasione di mosche ed evitare l€introduzione di materiale come sabbia o altro.

Da una ricerca sui contenuti stomacali di centinaia di tartarughe morte in Puglia, è risultato che un€altra insidia che spesso è causa di notevoli danni, se non addirittura della morte dell€animale, è rappresentata dall€ingestione di oggetti o di sacchetti di plastica.

Quando si maneggia una tartaruga occorre sempre prestare attenzione a non essere morsi: il becco robusto può infatti arrecare serie ferite, specialmente se l€animale è di grossa taglia, per cui è bene non avvicinare troppo le mani ai lati della testa, anche quando la tartaruga sembra abbastanza tranquilla.

Uno dei segnali che ci forniscono delle indicazioni circa lo stato di salute della tartaruga è dato dalla forza con cui vengono agitate le pinne anteriori quando, come nei casi di esemplari giovani, viene sollevata: un animale che muove energicamente le natatoie dando degli €schiaffi€ in aria fa ben sperare per una rapida ripresa dopo l€estrazione dell€amo; viceversa, una tartaruga che, sollevata, si muove poco o affatto, con le pinne penzoloni, sta ad indicare una patologia che la affligge da diverso tempo e che probabilmente le ha impedito di nutrirsi regolarmente.

Se si interviene in tempo le tartarughe possono riacquistare il loro vigore ed essere in grado di superare anche traumi gravi come l€amputazione di una pinna o certe lesioni del carapace.

Non è raro infatti imbattersi in una tartaruga priva completamente di un arto anteriore (foto) e il cui peso risulta uguale a quello di un individuo normale dotato di tutte le pinne, segno evidente che il rettile ha imparato a nuotare e a nutrirsi nonostante il notevole danno subìto.

Bisogna aggiungere ancora che una certa percentuale di tartarughe viene recuperata senza che gli individui esaminati portino i segni di un contatto con un amo o con una rete e allora si possono presentare due situazioni:

1)  il soggetto appare debilitato, magro, spesso con il carapace o la testa coperti da alghe, con molti parassiti esterni, insomma ha un brutto aspetto e allora bisogna cercare subito di inviarlo ad un centro specializzato per la ricerca e la cura della patologia che ne ha determinato il deperimento (ad esempio una polmonite o altra infezione, una forte parassitosi, l€occlusione dell€intestino ecc.).

2)  la tartaruga sorpresa in mare si è fatta prendere con facilità, ma con il passare del tempo diventa molto attiva, si agita in continuazione, appare ben messa, non presenta ferite di nessun tipo, né fili di nylon sporgenti e allora si può provare a rimetterla in libertà.

Specialmente nelle belle giornate d€estate capita infatti che vengano recuperate manualmente delle tartarughe intente semplicemente a crogiolarsi beatamente al sole e che dopo un po€ non vedono l€ora di inabissarsi velocemente .

 

 

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NUMERI DI TELEFONO UTILI

Riserva Naturale Marina €Capo Rizzuto€ 0962/790000-795614

Capitaneria di Porto di Crotone: 0962/20721

Capitaneria di Porto di Vibo Valentia: 0963/5739201

Capitaneria di Porto di Reggio Calabria: 0965/656111-650090

Capitaneria di Porto di Roccella Jonica: 0964/863213

Capitaneria di Porto di Corigliano: 0983/851319

Capitaneria di Porto di Cetraro: 0982/971415

Capitaneria di Porto d Gioia Tauro: 0966/562911

WWF € Sezione Regionale Calabria, Vibo Valentia 0963/995053

 

 

 

Giuseppe Paolillo

Naturalista, collaboratore tecnico scientifico al Programma di Conservazione Ecoregione Mediterraneo e corrispondente di zona per la Calabria del €Progetto Tartarughe€ e del €Progetto Cetacei€ Programma €Specie€ del WWF Italia.